Il Consiglio di Stato si è espresso su un nostro Ricorso Straordinario al Presidente della Repubblica, accogliendo, punto su punto, tutti i motivi di censura, non senza lanciare chiari segnali critici alle vacue difese dell’Amministrazione.
Tuttavia, malgrado la nostra soddisfazione (e la felicità dell'interessato), questo strumento del ricorso gerarchico continua a porre interrogativi difficili da ignorare.
Nel caso di specie, il nostro iscritto aveva presentato un ricorso gerarchico molto dettagliato, fondato su quattro distinti motivi di violazione di legge e corredato da documentazione certamente idonea a dimostrarne la fondatezza. Nonostante ciò, l’autorità sovraordinata lo rigettava, costringendo l’interessato a sostenere spese non banali per rivolgersi alla giustizia amministrativa (basti pensare al contributo unificato di € 650,00 da versare all’erario solo per poter presentare l’atto). E solo in quella sede i suoi diritti sono stati finalmente riconosciuti.
L’autotutela amministrativa, invero, dovrebbe consentire all’Amministrazione di correggere i propri errori prima che sia necessario ricorrere alla giustizia. Quando ciò non avviene, il rischio è che il ricorso gerarchico venga percepito non come uno strumento di garanzia ma come un passaggio obbligato che prolunga i tempi, aumenta le spese (anche quelle dell’Amministrazione pagate ovviamente dai cittadini) e ritarda il riconoscimento di diritti che avrebbero potuto essere tutelati sin dall’inizio.
Chi esercita il comando, essendo il primo garante della legalità, ha il dovere di valutare i ricorsi con assoluta imparzialità e nel pieno rispetto della legge. Se è poi un giudice ad annullare il provvedimento impugnato, è inevitabile interrogarsi non solo sull’errore commesso, ma anche sull’effettiva efficacia di un sistema che, in casi come questo, ha costretto un militare a pagare di tasca propria per ottenere ciò che gli spettava già in base alla legge.
In uno Stato di diritto, la tutela degli stessi non può dipendere dalla capacità economica di chi è costretto a difenderli
Insomma, l’accoglimento di un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica, parimenti a quelli accolti dai Tribunali Amministrativi Regionali, non è un semplice incidente amministrativo: è il segnale che un provvedimento disciplinare non ha superato il vaglio della legalità, e già questo dovrebbe rappresentare un gravissimo fallimento dell’azione di comando.
L’esercizio del potere disciplinare non può essere utilizzato come uno strumento punitivo ad ogni costo, ma deve essere esercitato con imparzialità, proporzionalità e nel rigoroso rispetto delle norme, poiché l’autorevolezza non si misura dal numero delle sanzioni inflitte, ma dalla capacità di assumere decisioni giuste, motivate e conformi al diritto.
Una disciplina che trascende la legge non rafforza le Forze Armate, piuttosto ne indebolisce la credibilità e compromette il rapporto di fiducia tra istituzione e il personale che la serve con abnegazione e assoluta lealtà.
USAMi Aeronautica è al fianco del personale per tutelarne diritti, dignità e professionalità. Più siamo, più forte è la nostra voce.
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